Immaginate una sera d’autunno in un piccolo Comune del Sud Italia. Nella sala consiliare o nella sede della Pro Loco, una cinquantina di persone sono sedute attorno a un tavolo. Ognuna ha portato qualcosa: una fotografia, due fotografie, a volte una busta intera. Ci sono ritratti di nonni in abiti da lavoro scattati in miniere belghe o cantieri svizzeri. C’è una famiglia numerosa fotografata sulla banchina di un porto prima dell’imbarco. C’è un gruppo di uomini con i cappelli in mano davanti a una chiesa di Chicago, in una domenica di quarant’anni fa. La stanza è silenziosa, perché ognuno sta guardando non solo le proprie fotografie ma quelle degli altri. E qualcuno, per la prima volta, riconosce il cognome su un’etichetta e si accorge che quella famiglia partita per il Brasile novant’anni fa era imparentata con la propria. Questa scena non è immaginaria. È già successa, in varie forme, in decine di Comuni italiani che hanno avviato campagne di raccolta della memoria fotografica. E può succedere ovunque. Perché ovunque, in Italia, ci sono storie di emigrazione che aspettano di essere raccontate.

Perché il Comune deve essere il promotore
Le fotografie degli emigrati non si trovano in un archivio unico. Sono disperse in centinaia di cassetti privati, in case del paese e nelle case dei discendenti all’estero. Per raccoglierle non basta un’iniziativa estemporanea: serve una campagna organizzata, con un soggetto credibile che la promuove e reti capillari che la portano a ogni famiglia. Il Comune è il soggetto promotore naturale. Ha l’autorevolezza istituzionale per dare alla campagna un carattere ufficiale. Può usare i propri canali di comunicazione, il sito web, le comunicazioni ufficiali, i social, per lanciare l’invito. Può mettere a disposizione spazi per gli eventi pubblici. Ma il Comune da solo non basta. La forza di una campagna di raccolta fotografica dipende dalla capacità di arrivare alle famiglie, di ispirare fiducia, di raccogliere non solo le fotografie ma le storie che ci stanno dietro. Bisogna contare sulle associazioni locali, Pro Loco, associazioni culturali, gruppi di volontariato, associazioni di ex emigrati.
I Comuni che hanno aderito al Progetto Comuni della Fondazione italiani.it sono incoraggiati a costruire questa collaborazione in modo strutturato, non come delega estemporanea ma come partnership stabile, in cui ogni soggetto porta ciò che sa fare meglio.
Il ruolo specifico di ogni soggetto
Il Comune lancia la campagna ufficialmente, comunica attraverso i propri canali, coordina i soggetti coinvolti, mette a disposizione gli spazi. Se necessario, può prevedere un piccolo finanziamento per le spese vive (digitalizzazione, materiali di comunicazione).
La Pro Loco è spesso il soggetto con il radicamento territoriale più forte. Conosce le famiglie, sa chi conserva vecchie fotografie, ha la credibilità per bussare alle porte. Può organizzare serate di raccolta, eventi pubblici, incontri nelle frazioni più piccole.
Le associazioni culturali portano competenze specifiche: alcune hanno già realizzato lavori sulla storia locale, hanno rapporti con archivi e biblioteche, sanno come raccogliere e catalogare materiali storici. Possono farsi carico della parte più tecnica del lavoro.
Le associazioni di ex emigrati o dei loro discendenti, dove esistono, sono preziose per un motivo particolare: conoscono direttamente le comunità all’estero e possono attivare canali per raccogliere fotografie anche dai discendenti che vivono fuori dall’Italia — spesso quelli che conservano i materiali più preziosi proprio perché li hanno custoditi come reliquie di famiglia.
I parroci e le comunità parrocchiali hanno da sempre un ruolo di raccolta della memoria nelle comunità italiane. Bollettini, archivi, fotografie d’epoca legate alle feste religiose: il mondo parrocchiale è un giacimento di materiali storici spesso inesplorato.
La campagna in pratica: cinque passi
1. La decisione e il lancio istituzionale
Il Comune aderisce al Progetto Comuni e, nell’ambito del protocollo di intesa con la Fondazione italiani.it, decide di avviare una campagna di raccolta fotografica. Convoca le associazioni locali, presenta il progetto, definisce i ruoli. Lancia la campagna con una comunicazione ufficiale: “Il nostro Comune cerca le fotografie degli emigrati. Aiutaci a costruire il Museo Virtuale della nostra memoria.”
2. La sensibilizzazione capillare
Le associazioni si attivano sui propri canali: social, newsletter, passaparola. Si organizzano serate pubbliche di presentazione del progetto, in cui si spiega cos’è il Museo Virtuale degli Emigrati di museo.italiani.it, cosa succede alle fotografie che vengono donate, come vengono conservate e rese accessibili. La trasparenza su questo punto è fondamentale: le famiglie devono sapere che le loro fotografie non vengono “prese” ma valorizzate e restituite — in forma digitale, in uno spazio che le rende visibili al mondo.
3. La raccolta e la digitalizzazione
Si organizzano uno o più eventi di raccolta — serate in cui le famiglie portano le loro fotografie, che vengono digitalizzate sul posto con scanner portatili o smartphone. I volontari annotano le informazioni: nomi, date, destinazioni migratorie, storie familiari. Ogni fotografia diventa un documento con una storia.
4. L’inserimento nel Museo Virtuale
I materiali raccolti vengono trasmessi alla Fondazione italiani.it, che li inserisce nel Museo Virtuale degli Emigrati su museo.italiani.it, nella sezione dedicata al Comune. Ogni reperto viene corredato delle informazioni raccolte e reso consultabile da tutto il mondo.
5. La restituzione alla comunità
La campagna non finisce con la raccolta. Finisce con la restituzione: una serata pubblica in cui il Comune e le associazioni mostrano i risultati del lavoro — le fotografie nel museo, le storie raccolte, i nomi ritrovati. È un momento potente, capace di generare emozioni autentiche e di rafforzare il senso di comunità.
Cosa succede dopo: la dimensione internazionale
Ogni fotografia inserita nel Museo Virtuale di museo.italiani.it non è solo un documento locale. Entra in un archivio globale, accessibile a milioni di italiani nel mondo e ai loro discendenti. Viene indicizzata per cognome, per Comune di provenienza, per periodo storico. Il discendente di un emigrato che vive a Melbourne o a Buenos Aires e cerca il cognome del proprio bisnonno può trovare, nel Museo Virtuale, la fotografia di famiglia scattata nel paese prima della partenza. Può vedere com’era la piazza, la chiesa, la casa. Può scoprire il nome di un parente rimasto in Italia. Questo collegamento tra la campagna locale di raccolta e la dimensione globale della diaspora è il cuore del Progetto Comuni. Le fotografie raccolte grazie al lavoro di un volontario della Pro Loco diventano il punto di contatto tra un paese di duemila abitanti e milioni di persone sparse nel mondo che portano ancora quel paese nel proprio cognome.
Un messaggio per le associazioni
Se sei un dirigente di una Pro Loco, di un’associazione culturale, di un gruppo di volontariato in un Comune che ha aderito al Progetto Comuni — o in un Comune che sta valutando di farlo, questo progetto ti riguarda direttamente. Il lavoro che fai già, custodire la memoria locale, organizzare eventi, tenere vivo il legame con le tradizioni del territorio — trova nel Progetto Comuni una dimensione più ampia e uno strumento più potente. Le fotografie che aiuterai a raccogliere non finiranno in un archivio polveroso. Entreranno in un museo digitale che le renderà visibili a tutto il mondo. È un’opportunità rara: fare qualcosa di piccolo — bussare a qualche porta, organizzare una serata, tenere in mano uno scanner, che ha conseguenze molto più grandi di quello che sembra.
Per informazioni su come avviare una campagna di raccolta fotografica nel tuo Comune, contatta la Fondazione italiani.it: [email protected] — fondazione.italiani.it





