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Buon compleanno cara, vecchia Vespa. Scooter simbolo di stile, eleganza e libertà

Il gioiello di Enrico Piaggio fa 80. Il prototipo MP6 ideato e realizzato dall’ingegnere aeronautico Corradino D’Ascanio venne brevettato a Firenze il 23 aprile 1946: una monoscocca che imperversa ancora nel mondo. Quando il Giro d’Italia onorò la “macchina” della rinascita nazionale, che apriva la carovana rosa con quello slogan “Veloce, silenziosa e sicura”… 

Ci sono date che andrebbero scolpite nelle mattonelle con cui creare i percorsi verso le scuole elementari…, tipo:

  • 1493 anno in cui compare il primo disegno ad opera di Leonardo Da Vinci (Codice Atlantico) di una bicicletta da realizzare in legno;
  • 1901 anno della prima bici con trasmissione al cardano e freni a bacchetta assemblata da Edoardo Bianchi in via Nirone, a Milano;
  • 1903 anno della prima motocicletta derivata da una bicicletta per mano dei genialoidi di Milwaukee, nel Wisconsin, Harley e Davidson;
  • 1938 anno del primo Maggiolino ideato da Ferdinand Porche per la Volkswagen;

Si potrebbero forgiare mattonelle in ferro anche con le date:

  • 1957 anno della prima Fiat 500 di Dante Giacosa, motore a 2 cilindri per complessivi 479 CC dentro una carrozzeria autoportante;
  • 1974 anno della Golf VW inventata da Giorgetto Giugiaro per sostituire il Maggiolino, che ormai si avviava verso il 4°° compleanno.

Insomma: momenti ce ne sono molti per fare sì che il passato continui a rappresentare la stella cometa per il futuro. In altre parole: guai affidarsi esclusivamente all’intelligenza artificiale senza stimolare la memoria di tanto in tanto…

Era il 23 aprile 1946 quando venne alla luce La Vespa, sì: con l’articolo determinativo scritto in maiuscolo. Il 21 aprile della fondazione di Roma si celebrava da 883 primavere. Il 25 aprile della svolta nazionale grazie all’insurrezione per la Liberazione dal nazifascismo era già vecchio di 12 mesi. E la Repubblica Italiana sarebbe nata il successivo 2 giugno. 

“Quel” 23 aprile cadeva di martedì. Ed Enrico Piaggio depositò a Firenze il Brevetto della Vespa studiato e proposto dall’ingegnere dell’aereonautica Corradino D’Ascanio. Era l’idea che stava per divenire realtà (e magari già era stata messa in piedi in officina) di quel che in epoca contemporanea definiremmo scooter a scocca portante. Eh sì: la struttura ciclistica classica, quella esportata nel mondo dalla Harley-Davidson ad esempio su cavallo d’acciaio di una bicicletta, divenica

Quell’idea, seppure sotto sembianze diverse e impreziosite nel tempo, è ancora lì… e se ne vedono circolare un’infinità anche a Malta e non esclusivamente per mano di italiani immigrati nel cuore del Mediterraneo con la Sicilia a Nord, la Tunisia a Ovest, la Grecia ad Est.

Direte: grazie per averci rinfrescato la memoria, ma che ci azzecca con noi italiani cittadini del mondo. Centra, eccome La Vespa è divenuta un’icona di cui tutti se ne fanno vanto. E’ stato, lo è tuttora e sarà sempre il simbolo della rinascita di un Paese che usciva con le ossa rotte (in tutti i sensi) dalla Seconda Guerra Mondiale ed era alla disperata ricerca di mezzi e risorse per tornare ad essere quel che era stato: industrializzato.

La Vespa, con quel Prototipo MP6, era simbolo di libertà, voglia di rilanciarsi e di libertà a “poco prezzo”, cioè adatto anche alle tasche dei lavoratori e non soltanto per ricchi. Un po’ come più in là nel tempo e passando dalle due alle quattro ruote sarebbero diventate la FIAT 500 e la FIAT 600 di Dante Giacosa, nate – la prima – per sostituire la Topolino e – la seconda – per “allargarsi” alla famiglia tipica italiana: madre, padre e due figli.

Dunque: nel 2026 La Vespa fa 80. E noi cerchiamo di riproporre le emozioni e di condividere le sensazioni maturate e vissute nel 2006 quando La Vespa ci aiutò a mettere a terra la voglia matta di celebrare i suoi 60 anni attraverso il Giro d’Italia.

Si era all’89° Giro d’Italia, il secondo interamente disegnato dal sottoscritto (senza cioè vincoli ereditati dal predecessore al timone dell’organizzazione) con partenza da Seraing, vale a dire Liegi, nel Belgio vallone patria del ciclismo in lingua francese. Là si poteva inaugurare il percorso di riposizionamento verso l’alto di un evento che nel recente passato aveva patito di rimpicciolimento dimenticando d’essere il Giro d’Italia per entrare nella fase del Giro dei soli… italiani. Là si poteva far dimenticare Marco Pantani la cui ombra si prolungava ancora sulla nostra corsa più importante dipingendola con pennellate fosche, considerato il modo in cui se n’era andato. Là si poteva onorare la memoria dei 262 minatori morti l’8 agosto di cinquant’anni prima nell’incendio sotterraneo causato dall’olio bollente: 136 di loro erano italiani finiti nel Bosco di Crazier per via dello scambio italo-belga di braccia di lavoratori in cambio di carbone.

E qua, in Italia, si poteva – appunto – sottolineare il 60° compleanno della Vespa, che al Giro apriva tradizionalmente la strada alla Carovana Pubblicitaria con lo slogan urlato dagli altoparlanti” Veloce, silenziosa e sicura”. Gli stessi centauri che aprivano il carosello, prima di sera consegnavano ai manager delle squadre partecipanti le buste con i comunicati ufficiali ricchi di classifiche, specifiche della tappa dell’indomani, eventuali Sanzioni prese dalla giuria o dalla Direzione. Non c’era già più la Vespa al Giro, sostituita con mezzi a tre ruote forniti prima dalla Gilera e poi dalla Piaggio, con motori importati dall’India.

Nel 2006, il Giro venne accompagnato per mano a Pontedera, sede della Piaggio. E la cronometro individuale di 50 km venne vinta dal tedesco Jan Ullrich, protagonista anche sulle strade del Giro dopo esserlo stato su quelle del Tour de France, nei duelli – tra l’altro – con Panti e finito nei guai, seppure minori rispetto a quelli del Pirata trovato senza vita in una squallida camera di un residence di Rimini, e comunque abbastanza gravi da accattivarsi l’aiuto dell’altro protagonista di quel ciclismo maledetto: Lance Armstrong.

Quel Giro venne vinto attraverso tre tappe di agonismo puro da Ivan Basso, pure finito nella rete dell’antidoping prima della resurrezione sportiva e del bis del 2010 in rosa e ora in affari tra Italia, Svizzera, Spagna e Malta con un altro campione in chiaroscuro: Alberto Contador.

Sia quel che sia.

Nel 2006, provenendo in aereo o su gomma dal Belgio, dopo aver reso onore al coraggio dei peschiciani capaci di risollevarsi dall’incendio dell’estate precedente del 2005, il Giro invase Pontedera dopo la giornata di riposo-trasferimento, appunto, dalla Puglia alla Toscana. Era il 18 maggio, un giovedì come il giorno in cui è caduto il sessantesimo compleanno della Vespa. Pur disputandosi nella sole province di Pisa e di Lucca, si fermò l’intera Toscana perché, si sa, in certe occasioni, quella è Regione dove il ciclismo comanda su qualsiasi sport, anche sul calcio potendo contare sulla Fiorentina e su un poco di Pisa e di Empoli. 

I proseliti di Gino Bartali non si tirano mai indietro e nella primavera del 2006, La Vespa – allora guidata come azienda dai Colaninno – era sulla bocca di tutti e quell’immagine elegante e di libertà ribalzò una volta di più ad ogni latitudine, dando modo agli italiani di mettere il petto all’infuori.

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