[openid_connect_generic_login_button button_text="Accedi"]
Condividi:

Un algoritmo italiano potrebbe prevedere l’Alzheimer con tre anni di anticipo

È italiano lo strumento che potrebbe cambiare il modo in cui la medicina affronta l’Alzheimer: un algoritmo in grado di predire, con notevole accuratezza, quali pazienti a rischio svilupperanno la demenza entro i successivi tre anni. Il risultato arriva dal Progetto Interceptor, uno studio nazionale tutto nostro, i cui esiti sono stati pubblicati sulla prestigiosa rivista scientifica Alzheimer’s & Dementia.

Il progetto è stato coordinato dal professor Paolo Maria Rossini, direttore del Dipartimento di Neuroscienze e Neuroriabilitazione dell’IRCCS San Raffaele di Roma, in stretta collaborazione con l’Istituto Superiore di Sanità, il Policlinico Gemelli IRCCS, l’IRCCS Istituto Neurologico Besta, l’IRCCS San Raffaele di Milano e l’IRCCS Fatebenefratelli di Brescia. L’iniziativa è stata promossa e finanziata dall’Agenzia Italiana del Farmaco in raccordo con il Ministero della Salute.

A chi si rivolge lo strumento

Il cervello invecchia normalmente a partire dai 50-60 anni, ma vi sono persone che, pur non avendo una demenza vera e propria, presentano quello che viene definito deterioramento cognitivo lieve (MCI). Secondo le stime dell’ISS, in Italia sono quasi un milione e ogni anno circa 100.000 di questi individui si ammalano di demenza. Le proiezioni indicano che fino al 50% delle persone con MCI finisce per ammalarsi, mentre l’altra metà tende a mantenere piena autonomia. Proprio per questo, identificare chi è davvero a rischio nel breve termine è diventata una priorità della ricerca.

Come funziona

Lo strumento è duplice: con la versione base — in cui si inseriscono dati neuropsicologici, sociodemografici e clinici — si raggiunge un’accuratezza predittiva di almeno il 72%; aggiungendo biomarcatori come risonanza volumetrica, PET e test genetici, la percentuale sale a oltre l’82%.

Il risultato finale è un nomogramma predittivo che consente la stima personalizzata della probabilità di progressione verso la demenza entro tre anni, classificando le persone con MCI in categorie di rischio basso, intermedio o alto. Lo strumento è stato progettato per essere utilizzato non solo in ambito di ricerca, ma anche nella pratica clinica routinaria e nei contesti di sanità pubblica.

Perché è importante

Con questo strumento si effettua una stratificazione per rischio: se il Servizio Sanitario Nazionale decidesse di implementare programmi di prevenzione, potrebbe intervenire non sull’intero milione di persone in declino cognitivo lieve, ma in maniera più appropriata e costo-efficace sui soli 10.000-20.000 soggetti risultati realmente ad alto rischio. Un approccio che avrebbe ricadute importanti anche sulla somministrazione dei nuovi farmaci anti-amiloide, costosi e con effetti collaterali rilevanti, che non possono essere distribuiti su larga scala senza una selezione accurata dei pazienti.

Lo studio ha coinvolto oltre 350 individui con MCI, seguiti per circa tre anni in 19 centri distribuiti su tutto il territorio italiano. Durante il periodo di osservazione, il 29,6% dei partecipanti ha sviluppato una qualche forma di demenza e il 22,4% l’Alzheimer.

Un risultato che fa dell’Italia uno dei Paesi all’avanguardia nella diagnosi precoce delle malattie neurodegenerative.

Condividi:

Articoli correlati

ADV SIDEBAR
Torna in alto