In molti borghi italiani ci sono case che aspettano. Porte che non vengono aperte da anni, finestre con le persiane accostate. Dentro, spesso, sono rimasti i mobili di una volta, le fotografie sul muro, qualche oggetto dimenticato. I proprietari vivono lontano, a Buenos Aires, a Sydney, a Toronto, a Francoforte e quella casa è diventata per loro un pensiero che torna a Natale, un senso di colpa che ogni tanto affiora, il simbolo di qualcosa che non si riesce né a lasciare né a riprendere. Quelle case chiuse da tanti anni sono la traccia fisica di una storia, la storia di famiglie che partirono, che costruirono altrove, che non tornarono, e sono anche, potenzialmente, il punto di partenza di una storia nuova.
Il Progetto Comuni nasce, tra le altre cose, per immaginare quella storia nuova.
L’Italia è un Paese che si sta svuotando lentamente, un borgo alla volta. Non è una notizia di oggi, e non è una catastrofe improvvisa: è un processo lungo, silenzioso, quasi impercettibile da vicino. Si nota quando chiude il bar in piazza. Quando l’ultima scuola elementare del paese non riesce più a formare una classe. Quando il medico di base va in pensione e non arriva il sostituto. Quando i vicini di casa si contano sulle dita di una mano e la maggior parte ha già i capelli bianchi. Più di 5.000 Comuni italiani hanno meno di 2.000 abitanti. Molti di questi, ogni anno, perdono qualcuno senza guadagnare nessuno. Non è colpa di nessuno — o forse è colpa di tutti, di scelte collettive che nel tempo hanno concentrato risorse, servizi e opportunità nelle grandi città, lasciando le aree interne a sopravvivere con quel che resta. Il punto è capire se c’è ancora la possibilità di invertire la rotta. E la risposta, in molti casi, è sì.
Il richiamo che non si spegne
C’è qualcosa di straordinario che accomuna milioni di persone sparse per il mondo: il ricordo di un luogo che non hanno mai visto, ma che sentono come proprio. È il paese dove il nonno è cresciuto, di cui ha parlato per tutta la vita con un misto di nostalgia e orgoglio. È il dialetto che la nonna parlava con le amiche al telefono e che i nipoti capivano senza mai averlo studiato. È il profumo di un cibo che viene preparato ancora adesso, migliaia di chilometri più in là, con le stesse dosi e le stesse parole di una volta.
Questo legame, affettivo, identitario, quasi fisico, non si spegne con il passare delle generazioni. Si trasforma, si adatta, si fa più sottile. Ma rimane. E in certi momenti della vita, quando nasce un figlio, quando si perde un genitore, quando ci si avvicina alla pensione, quando si sente il bisogno di qualcosa di autentico in un mondo che sembra sempre più anonimo, questo legame torna a farsi sentire con una forza inaspettata.
Sono queste le persone a cui il Progetto Comuni vorrebbe parlare.
Storie di ritorno
Carmen ha sessantadue anni e vive a Rosario, in Argentina, da sempre. Suo nonno è partito da un piccolo paese della Basilicata nel 1923, con una valigia di cartone e il nome del cugino scritto su un foglio. Carmen non ha mai visto l’Italia. Ma ha cresciuto i suoi figli con le storie del nonno, ha cucinato per decenni le ricette che lui aveva portato con sé, ha conservato la fotografia sbiadita della casa dove era nato. L’anno scorso ha fatto il viaggio. Ha trovato la casa. Era chiusa da trent’anni, ma la vicina di fronte aveva ancora le chiavi, “perché non si sa mai”. Carmen ha pianto sulla soglia. Poi è entrata.
Marco ha trentasei anni, lavora per un’azienda tecnologica di Londra e il suo contratto gli permette di lavorare da qualsiasi posto nel mondo con una buona connessione. I suoi bisnonni erano di un borgo della Campania. Non ha mai avuto un legame forte con l’Italia, ma qualcosa — forse la stanchezza della città, forse il bisogno di un ritmo diverso — lo ha spinto a esplorare l’idea. Oggi vive sei mesi l’anno in quel borgo. Ha comprato una casa da ristrutturare, ha imparato qualche parola di dialetto, ha iniziato a conoscere i vicini.
Silvana ha settantotto anni e vive a Melbourne. Suo marito è morto tre anni fa. I figli sono grandi, hanno le loro famiglie. Lei ha deciso che vuole trascorrere almeno un mese all’anno nel paese dove è nata e che ha lasciato a vent’anni. Non per tornare davvero — sa che è impossibile — ma per non perdere del tutto quel filo.
Queste storie non sono eccezioni. Sono la regola, per chi sa andarle a cercare.
Cosa può fare un Comune
Un Comune non può fermare lo spopolamento con una delibera. Ma può fare qualcosa di importante: può dire che c’è. Che il borgo esiste, che è vivo, che aspetta. Che ci sono case disponibili, persone accoglienti, una comunità che non ha ancora smesso di sperare.
Il Progetto Comuni aiuta le amministrazioni a fare esattamente questo: a costruire un messaggio di apertura e a portarlo dove può essere ascoltato, nei canali della diaspora, nelle comunità degli italiani all’estero, nelle piattaforme dove chi sente il richiamo delle radici cerca risposte. Si tratta di cose concrete: aiutare i Comuni a mappare le case abbandonate e a costruire un dialogo con i proprietari lontani; supportare le politiche di accoglienza per nuovi residenti, rendendo il processo burocratico meno scoraggiante; progettare iniziative che creino occasioni di incontro tra chi arriva e chi è rimasto, perché il ritorno funziona solo se c’è una comunità disposta ad accoglierlo. Funzionano anche i Living Labs, spazi di ascolto e di progettazione partecipata dove i cittadini, insieme, immaginano il futuro del proprio borgo. Non piani elaborati dall’alto, ma visioni costruite insieme, che tengono conto di chi c’è adesso e di chi potrebbe tornare.
Non si tratta di riempire case vuote
Ripopolamento significa, dunque, riannodare fili che la storia aveva spezzato, restituire a un luogo la propria dimensione di comunità viva, dare a persone che cercano le proprie radici la possibilità di trovarle davvero. Non come turisti, non come ospiti di passaggio, ma come persone che scelgono di appartenere, anche parzialmente, anche temporaneamente, a quel posto e a quella storia. Quando questo accade, succede qualcosa che va ben oltre i dati demografici. Una classe scolastica che non chiude. Un bar che riapre. Una festa paesana che torna ad avere il pubblico di una volta. Una casa che smette di aspettare. Sono queste le cose che cambiano un borgo.





