[openid_connect_generic_login_button button_text="Accedi"]
Condividi:

La prefica, la mercante delle lacrime che piangeva a pagamento ai funerali

La prefica, ovvero la mercante delle lacrime. Vere e proprie mercenarie della sofferenza, le prefiche hanno accompagnato i cortei funebri in onore dei defunti fino a metà del secolo scorso. Figlia della cultura ellenica, la adorazione per il dualismo tragico della morte non poteva che trovare humus fertile tra i resti di quella che fu la culla dell’antica Magna Grecia. Tra gli anfratti del locus le cui fondamenta, crediamo, furono gettate da Nepeto, le prefiche hanno tramandato la tradizione del “pianto a pagamento”. Sopravvissuta almeno fino agli anni ’70.

Antica Stampa Di Pizzo prefica
Antica stampa di Pizzo Calabro ( Commons Wikimedia)

È proprio tra le antiche viuzze di Pizzo Calabro che, infatti, questa folcloristica e sepolcrale ballata si è perpetuata. Questo finché la morte ha assunto le coordinate di un diagrammatore di identità culturale. È cosi che le prefiche pizzitane, meglio conosciute come “ciangiuline”, hanno dilazionato nel tempo una tradizione tanto funesta quanto radicata. 

La prefica e l’arte della sofferenza

Al pari della danza, del canto e della poesia, in tempi non poi così tanto lontani, anche quella di saper piangere è considerata un’arte. Potremmo accorparla alla settima, tra gli sceneggiati popolari, per la teatralità che l’ha contraddistinta. Ma la vigoria del dolore che per lustri interi ha tinto il volto di queste donne dai lunghi capelli sciolti e dalle lacrime di pietra, merita uno scranno. Un’arte a sé, forse la nona, per onorare l’originario numero delle muse ispiratrici. Melpomene, magari, madre della tragedia e della sofferenza, raffigurata nella mitologia greca con un lungo chitone teatrale e l’espressione grave e severa.  E deve essere stata proprio la dea dell’arte tragica a spingere poeti e scrittori a cantare le gesta di queste donne “dirette al Golgota”.

Donne Piangenti
Foto Facebook Figli del Conte

L’antropologo ed etnomusicologo Ernesto De Martino riconosce nelle lacrime delle prefiche un simbolico laccio in dissolvenza tra chi resta e chi va. Nella punteggiatura del dolore, queste idrostatiche bolle d’acqua rappresentano un punto, il segno di interpunzione necessario agli affetti del defunto per elaborarne la dipartita. Influenzato dalla lungimirante analisi dello studioso sul cordoglio, nel suo intimo peregrinare in quell’estate del ’59, Pasolini assaggia la bruciante verità sul dolore scritta in riva al Mediterraneo. È nella “religione di ogni giorno” che si professa sulle rughe del passato e si schianta sui volti della gente del sud più profondo che il poeta bolognese ritrova l’autenticità della vita. Quello che annota sui canti funebri, Pasolini lo trascrive in Stendalì, che in griko salentino significa ‘suonano ancora’. Nel documentario, in un indemoniato ballo ritualistico fatto di movenze rozze di intensità crescente, il lamento diventa uno strumento sociale che collettivizza l’intima sofferenza.

Una forma artistica tutta al femminile

Che la tragica teatralità fluisca nei geni latini è noto dalla notte dei tempi. E che questa abbia una fisionomia prettamente muliebre è ancora più assodato. In Calabria, terra il cui il passato è rimasto ricamato sulle gonne delle sue donne, l’aleatorio limbo tra la vita terrena e il mondo dei morti si stipa in nenie e litanie. Tutte le latitudini di questa meridionalissima regione sono state sicuramente umettate dalle istrioniche lacrime delle prefiche. Ma le ciangiuline di Pizzo hanno attratto una tambureggiante fama.

Prefiche Egitto
Le prefiche nell’antico Egitto

Legittime eredi della cultura mediterranea vergata da egizi, greci, spagnoli e fenici, le prefiche hanno mantenuto stretto il nodo tra la devota religione e il ritualistico paganesimo. Personaggio estremamente malioso, la si trova già su frammenti ceramici dell’Avanti Cristo e se ne attesta la presenza pure nell’Antico Egitto. Nei poemi omerici si parla di abbondanti lacrimate, come quelle versate da Andromaca per il suo Ettore, e nella Roma delle XII tavole se ne frena l’attività. Di quel rumoroso e straziante piagnisteo, delle mani battute sul petto e del volto squarciato dai graffi, le prefiche hanno ben pensato di ricavarne un mestiere.

La prefica e la monetizzazione del pianto

La “prestazione occasionale” – come diremmo nell’epoca delle partite iva –  della prefica inizia con il rintocco delle campane funeste. Al suono del mortorio, viene tirato fuori l’abito nero e l’espressione addolorata. Ci si dirige quindi verso la casa del defunto, perlopiù popolano, quindi avvezzo alla maschera folcloristica. Ogni cosa deve essere ricoperta di nero, il non colore che i romani accostarono alla morte. Dalle camicie degli uomini, che aspettano sempre fuori, all’oro portato dalle donne, fino allo sguardo, corvino anche quello. Intorno al defunto si crea un gineceo straziato dal dolore, nel quale, al pianto delle parenti più strette, si unisce il lamento amaro delle prefiche, dando forma a un clima di grande coinvolgimento e pathos. Questa la cornice di quello che, in un crescendo di intensità e fracasso, diventa un bailamme di urla, strepiti, filastrocche e concitate litanie.

Soldi Antichi per la prefica

Le lacrime e i lamenti per esorcizzare la morte

Citate anche dal poeta di Monteleone Vincenzo Ammirà nei suoi componimenti, le prefiche pizzitane per secoli interi hanno accompagnato il feretro dell’estinto fino all’ultima dimora. Identificabili per aspetto e profondità di accoramento, le pizzitane il dolore per la perdita lo hanno intessuto tra le reti dei loro uomini di mare. Avvezze al lavoro, in assenza dei mariti ingollati dalle onde e malprovviste di entrate economiche, le donne di Pizzo hanno reinventato il cordoglio, monetizzandolo. Diventando in breve tempo imprescindibili per il clima di merore e afflizione capaci di instillare. Tanto che un funerale non poteva dirsi veramente partecipato senza la loro presenza. Un mestiere sicuramente ormai affiochito, come il ricordo degli uomini che nel tempo hanno accompagnato. Una professione che, però, con la sofferenza del lutto collima poco. Come in tutte le subculture popolari, anche in quella calabrese le tradizioni rinsaccate in nomenclature religiose, hanno finito, col tempo, per assumere la dimensione di riti apotropaici. Tecniche e sistemi tesi ad esorcizzare la morte, a scongiurare il ritorno, ad interiorizzare la perdita. Un costume per ricucire il vuoto, per “non morire con ciò che muore”, parafrasando, ancora una volta, De Martino.

Condividi:

Articoli correlati

ADV SIDEBAR
Torna in alto