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Quel Marchesi in altalena tra Maradona e Platini

E quel Munari che dava la paga ai nordeuropei

Le guerre in Ucraina in Medio Oriente hanno soffocato gli addii a due grandi dello sport scomparsi tra il 28 febbraio e il 1° marzo 2026: Rino Marchesi (Inter, Napoli, Juventus) e Sandro Munari (Lancia Rally). Il calcio perde un distinto signore milanese, allenatore… distintosi nel districarsi tra campionissimi del calibro dell’argentino e del francese. L’automobilismo saluta l’eroe delle notti sulla neve del Col de Turini al Rally di Montecarlo.

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Proprio nelle ore in cui la cronaca più nefasta delle guerre in atto obbligava gli sguardi a spaziare dall’Ucraina all’Iran allargato al Medio Oriente; la sorte altrettanto amara si portava via Rino Marchesi e Sandro Munari: il primo, già calciatore e allenatore in altalena da Diego Armando Maradona e Michel Platini; l’altro, pilota di rally, vero funambolo del volante della Lancia Martini.

Marchesi, un Signore. Mezz’ala di buon livello da calciatore e poi pragmatico condottiero di squadre di alto lignaggio come Inter, Napoli e Juventus. 

Lo incontrammo in California a metà degli Anni Ottanta. In una pausa del campionato di Serie A, Marchesi sbarcò a Los Angeles con la “truppa” guidata da Diego Armando Maradona, che da quelle parti era di casa perché lo sponsor Puma lo invitava a piè sospinto… dalle scarpette King ad esibirsi sia in amichevoli di prestigio, sia in comparsate utili più al marketing e alla fame di emancipazione da parte dei milioni e milioni di sudamericani (soprattutto messicani e argentini) immigrati nel Golden State.

E così dalla scalinata che porta giù verso il verde, così imponente da essere paragonato a Versailles, lasciandosi alle spalle l’Orso emblema dell’Università, girovagando un po’ a destra e un po’ a sinistra, si approdava al piccolo stadio di calcio dove il Napoli sosteneva sedute di allenamento apparentemente all’acqua di rose. 

Scriviamo “apparentemente” perché tra i giocatori c’era chi tirava la corda anche in allenamento, nel senso che non la smetteva più di correre e corricchiare, di calciare rigori e punizioni, di palleggiare e addomesticare il pallone. Maradona su tuti. Allora era praticamente a metà carriera. Era nel bel mezzo dei Mondiali del 1982 e del 1986. Non era ancora “Mano di Dio”, ma era sicuramente uomo dai piedi benedetti.

E là, sul green del Wallis Annenberg Stadium situato nel Campus della UCLA, Maradona meravigliava tutti per l’abilità con cui trattava il pallone quasi fosse parte di sé. E forse lo era.

Marchesi stava in mezzo al campo per l’intera durata dell’allenamento e – ovviamente – stava molto in piedi e poco seduto durante le partite. Lì non fumava il suo proverbiale sigaro, che i più delle volte era un “Presidente” procurato chissà dove. Le conferenze stampa di quelle scampagnate in California duravano il tempo necessario per non deludere i pochi cronisti sportivi racimolati qualche volta dagli organizzatori della trasferta e molto spesso dai commerciali della Puma. I giornalisti europei attingevano a piene mani nelle confessioni raccolte sotto le volte dell’austero Westin Bonaventure Hotel & Suites fatto da palazzoni a base rotonda: dei giganteschi cilindri di cemento e cristallo, che sorgevano in Downtown, sulla Figueroa, tra la Quarta e la Quinta strade, a ridosso dell’autostrada 110 che taglia l’intera Città degli Angeli.

Era là, al Westin, che Marchesi tra un’amichevole e l’altra, lontano dai momenti ufficiali della trasferta, si lasciava andare a valutazioni tecniche di estremo interesse. Qualche volta entrava nei risvolti umani dei suoi ragazzi. Maradona si era lasciato già alle spalle esperienze di peso al Boca Juniors e al Barcellona. Marchesi, uomo distinto e cultore dello sport, era uno dei sacerdoti del calcio che stava vivendo in Italia e con l’Italia della Nazionale anche nel mondo un periodo aureo. Gli azzurri avevano da poco trionfato in Spagna con Enzo Bearzot alla guida dello squadrone con capitano Dino Zoff dove l’Argentina di Maradona era arrivata da detentrice del titolo. Chi giocava a calcio a quei livelli era considerato un sacerdote delle emozioni. E Marchesi, con quel suo neo sulla guancia sinistra che lo faceva ancor più distinto di quanto fosse per natura, era il direttore di un coro che nel campionato 1984-’85 contava su cantori d’eccezione, bene amalgamati, amici anche fuori dal campo.

Permettete di elencare per ruolo tutti componenti di quella rosa straordinaria. 

Portieri: Castellini, Di Fusco, Zazzaro. 

Difensori: Boldini, Bruscolotti, Carannante, De Simone, De Vecchi, Ferrara – sì… Ciro! –, Ferrario, Marino, Napolitano. 

Centrocampisti: Bagni, Bertoni, Caffarelli, Celestini, Dal Fiume, Favo, Maddaloni, Punzone.

Attaccanti: Baiano, Maradona, De Rosa, Penzo.

Unici stranieri: Bertoni e Maradona, entrambi argentini.

Ci ha pensato Wikipedia a rinfrescare la memoria su quella rosa di Corrado Ferlaino.

E guardando dentro l’elenco, Marchesi compostamente rilevava: “Non ci crederete, ma l’ultimo a lasciare il campo d’allenamento è Diego. Non è mai sazio di lavoro… dice: per la doccia c’è tempo. Lì viene fuori la voglia di applicarsi spinta dall’orgoglio che, con le doti naturali, la tecnica e i sacrifici, fanno quel cocktail che trasforma il calciatore in campione. Anzi: campionissimo”.

Rino Marchesi se n’è andato l’1 marzo 2026, a 88 anni, giorno di sant’Albino. E qui mi fermo circa la coincidenza con il ricordo di un Santo che per quel che ci riguarda non può essere che indelebile. La nuova guerra di Israele&America contro Iran era appena scoppiata. L’addio a Rino è passato quasi inosservato. Una paginetta sulla Gazzetta e pochissimo altrove. Eppure il milanese di San Giuliano da giocatore si è trastullato qualche Coppa e da trainer ha attraversato la storia di grandi club come Inter, Napoli (appunto) e Juventus.

Ecco, la Juve. Lì, a Torino, Marchesi, nel 1986 – guarda caso l’estate in cui Maradona aveva riportato l’Argentina sul tetto del mondo – aveva trovato niente meno che le Roi francese con origini italiane: Michel Platini.

“Eh, ma Michel era tornato in Europa con sciatalgia e pubalgia dai Mondiali del Messico vinti proprio da Diego. Aveva 31 anni compiuti e avrebbe smesso di giocare ad alto livello al termine della stagione, cioè nel 1987”, sottolineava Marchesi ogni qualvolta si tentava di portarlo a fare il parallelo tra Diego e Michel.

Lui, Marchesi, misuratissimo, non si sbilanciava più di tanto e una volta ad un collega della Gazzetta dello Sport, precisò: “Non mi piace fare classifiche, però non posso esimermi dal dire che Diego è stato il numero 1 del periodo, un gradino sopra Michel, che a sua volta era alla pari con i Van Basten e i Krol dell’epoca”. Ma forse Platini valeva l’intera nazionale olandese dell’epoca…

Il giorno prima della scomparsa di Rino, è sceso il sipario anche sulle vicende umane di Sandro Munari sulla soglia degli 86 anni, che comunque sarà ricordato per sempre come il “Drago” al volante della Lancia Delta HF 1600 con cui inaugurò nel 1972 ii poker di successi al Rally di Montecarlo per la scuderia diretta da Cesare Fiorio completato tra il 1975 e il 1977 con la Lancia Stratos. 

Affiancato dal copilota Silvio Maiga o da Mario Mannucci, il “Drago” ha segnato una svolta storica nella guida delle auto da rally negli appuntamenti più prestigiosi e a volte anche in prove come la Targa Florio in abbinata al comasco Arturo Merzario, pilota pure in F1 con i suoi… capelli al vento.

Munari da Cavarzere, là dove il cielo si confonde con l’Adriatico solcato dai pescatori veneziani di pesce azzurro, ha fatto quel che sembrava impossibile: pilotare sul bagnato come e a volte meglio di quelli che venivano dai Paesi della neve e del ghiaccio. Con quel suo stile impregnato di coraggio e a volte di incoscienza, “Drago Sandro” e la Lancia hanno attirato anche noi ventenni sul Col de Turini nelle notti in cui il Rally di Montecarlo si infiammava e il freddo veniva spazzato via dalla passione per i telai Made in Torino (ma non soltanto) e i motori Made in Maranello (leggi Ferrari).

Domanda: considerato che in televisione non se ne parla poi così tanto come un tempo forse anche per la sbornia nelle settimane precedenti di Parigi-Dakar e dintorni; ma il “Monte” si corre ancora? Sì… a fine gennaio 2026 s’è celebrata la 96esima edizione e la coppia formata dal norvegese Olivier Solberg e dal britannico Elliott Edmondson hanno spinto la loro Yaris GR davanti a tutti: soprattutto davanti alle altre due Toyota dei britannici Elfyn Evans e Scott Martins e dei due francesi Sebastien Ogier (il Re delle Montagne) e Vincent Landais. Il che significa che tra quattro anni, il Turini saluterà l’edizione numero 100! 

Rino e Sandro riposate in pace.

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