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Quando i figli degli emigrati del Sud restavano in Italia

Nell’Italia del Sud tra il 1900 e il 1930, l’emigrazione fu il viaggio di chi partiva verso l’America o verso altri paesi europei e l’attesa di chi restava. E tra quelli che restavano, i più fragili erano spesso i figli.

La storia dell’emigrazione italiana viene raccontata quasi sempre attraverso gli adulti: i padri che cercano lavoro, le madri che raggiungono i mariti, le famiglie che si ricompongono oltreoceano. Più raramente si guarda a quei bambini lasciati temporaneamente nei paesi d’origine, affidati a parenti in attesa di tempi migliori. Eppure, questa forma di infanzia “transnazionale” fu una realtà diffusa in molte aree del Sud Italia.

L’affidamento parentale non nasceva da abbandono o indifferenza. Al contrario, era spesso una scelta dolorosa ma considerata necessaria. Partire con i figli piccoli costava troppo, era rischioso, complicato. Le condizioni del viaggio, la precarietà del lavoro all’estero e l’incertezza dell’alloggio spingevano molti genitori a lasciarli per mesi o per anni ai nonni o ad altri parenti. In molte famiglie, la migrazione avveniva a tappe: prima uno dei genitori, poi l’altro, infine, se possibile, i bambini.

In questo spazio sospeso tra presenza e assenza, i figli crescevano dentro una famiglia che era insieme vicina e lontana. Ricevevano lettere, fotografie, qualche somma di denaro. A volte arrivavano regali che avevano il sapore del mondo nuovo: un vestito, un oggetto sconosciuto, una moneta straniera. Ma tutto questo non colmava il vuoto di una voce quotidiana, di una mano sulla spalla, di una madre o di un padre presenti davvero.

Per molti di quei bambini, l’infanzia fu segnata da una doppia appartenenza. Erano figli di un paese che conoscevano bene, ma anche di un altrove che imparavano a immaginare attraverso i racconti degli adulti. Crescevano con l’idea che la famiglia fosse qualcosa di mobile, incompleto, in attesa di ricomporsi. E quando finalmente partivano anche loro, spesso dovevano affrontare un secondo trauma: lasciare il luogo in cui erano cresciuti e ritrovare genitori diventati quasi estranei.

Questa è una storia meno visibile dell’emigrazione, ma forse una delle più profonde. Perché ci ricorda che partire non significava solo cercare fortuna. Significava anche spezzare il tempo dell’infanzia, affidarlo alla pazienza dei nonni, alla tenuta dei legami, alla speranza che un giorno tutto si sarebbe rimesso insieme.

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