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Nel cuore della Maratona di New York con Ted Kennedy e Sylvester Stallone

Halloween ci fa scavallare ottobre e ci porta alla prima domenica di novembre dove la fa da padrona la Maratona per eccellenza. Da Staten Island al Central Park, attraversando tutti i cinque dipartimenti della città che tutti amano. Quante storie vissute con Alberto Salazar, Orlando Pizzolato, Gianni Poli, il fratello dei Presidenti, e Rocky in procinto di diventare (seppur fugacemente) marito di Brigitte Nielsen. Ma su tutto e su tutti c’è il ricordo di Fred Lebow…

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Si scavalla ottobre all’insegna di Halloween, e per certi versi del macabro, nella notte tra il 31 e Ognissanti: in Italia è la vigilia di Tutti i Santi, 1 novembre, appunto, nei Paesi anglosassoni e di fede non cattolica è una sorta di celebrazione del sovrannaturale. Si ricordano i Defunti nella giornata del 2 novembre, e si traguardano le emozioni nella Maratona di New York, nata nel 1970 in settembre, ma da tempo in calendario la prima domenica di novembre che nel 2025 cade il giorno 2 novembre – appunto – in un condensato di emozioni difficili da catalogare e da separare le une dalle altre.

Ci siamo. Halloween è dietro l’angolo ed è annunciato universalmente dalle zucche da scavare e da accendere con lumicini di cera all’interno di esse. E poco più in là ci attendono le vibrazioni della Maratona per antonomasia: New York City Marathon.

New York a parte; Boston vanta la maratona sportivamente più antica e acculturata, per quanto controversa, ed è “inseguita” nella catalogazione delle Majors più prestigiose da Berlino, Tokyo, Chicago, Sydney e Londra, che la fa da padrona nel Vecchio Continente. Roma sventola la bandiera della propria storia. Milano si barcamena all’insegna della “velocità”, ma è ben distante dalle Majors e lo diciamo con un certo rammarico da vecchio supervisore perché ad un certo punto mi ritrovai la “City” meneghina nel paniere degli eventi da emancipare dalla mediocrità insieme a Giro d’Italia, Milano-Sanremo, Giro di Lombardia, Beach Volley italiano, eccetera, eccetera.

Ma la Maratona di New York è “La”… Maratona di New York. L’eccellenza. Senza “se” e senza “ma”.

Da giornalista specializzato in ciclismo, la mia stagione agonistica si chiudeva attorno al terzo sabato di ottobre con il fascinoso Giro di Lombardia delle foglie morte. La terza domenica veniva consacrata alla “chiusura” con bilanci e programmazione delle settimane a venire a seconda degli incarichi maturati nel tempo e in quel momento considerati contingenti. E il terzo lunedì… via verso la Malpensa con destinazione aeroporto Kennedy di New York o Newark nel New Jersey. Volo Alitalia, United, American, PanAm o People che fosse, faceva lo stesso. Contava soprattutto lasciarsi alle spalle le due ruote, annessi e connessi.

Solitamente a New York eravamo attesi da Fred Mengoni, l’”inventore” di Greg LeMond e Steve Bauer. Già emigrato da Osimo (Ancona), venditore di ocarine di straforo, aiuto lavapiatti divenuto imprenditore nell’edilizia statunitense (da Manhattan a Long Island, da New York a Miami, a Seattle) e giocatore in borsa con fortune alterne. Insomma: una figura trasversale agli interi States, dall’Atlantico al Pacifico. In “Patria”, cioè nella sua Osimo e nella vicina Recanati, si era fatto notare per iniziative a volte bizzarre e pure come patron di scuderie motociclistiche e squadre di ciclismo dilettantistico. Nel mondo delle biciclette aveva messo gli occhi (e se li era lustrati ben bene) anche sulle proprietà della Famiglia Bayard-Clément (pneumatici, gomme e tubolari), Made in France e ben nota sul lago Maggiore per via di ville maestose e villette intriganti.

Agli inizi degli Ottanta, facemmo incontrare Fred Mengoni con l”altro” Fred, vale a dire Fred Lebow, che era nato Fred Lebowitz il 3 giugno 1932 ad Arad, in Romania, che miracolosamente si era sottratto all’olocausto e che negli “States” aveva trovato una dimensione speciale che l’avrebbe consegnato alla Hall of Fame dell’atletica mondiale come protagonista delle gare di resistenza e non soltanto come fondatore della Maratona di New York insieme a Vincent Chiappetta (stranamente finito nel dimenticatoio pur essendo stato anche primo presidente del Club organizzatore e primo direttore di gara della corsa attorno al Central Park poi divenuta monumento delle  Majors).

Due tipi speciali i due Fred. L’italiano era nato nove anni prima nelle Marche. L’altro arrivava dalla Romania. Il primo amava le due ruote. L’altro correva i mitici 42,195 chilometri della Maratona-Atene del mitologico Filippide (che annualmente viene ricordato con l’”Autentica” di Atene quasi sempre una settimana dopo l’appuntamento di New York”.

Stavolta ci concentriamo sull’”altro” Fred. E cioè Lebow, che abbiamo avuto modo di conoscere e di frequentare. Il Meeting classico era per il “light lunch” del giovedì precedente la sfida. Punto di ritrovo: Manhattan, ovviamente. Lui andava sempre di fretta. Ma un’oretta di tempo per pranzare con i giornalisti la trovava sempre. Raccontava velocemente di record raggiunti e di nuove mete da inseguire. Poi, la sera, ci lasciava magari alla cena ad un passo dal Rockfeller Center della Ellesse umbra, che nel 1984 – ad esempio – era sponsor dell’evento con testimonial affascinanti come Brigitte Nielsen di lì a un anno moglie fugace (tre estati e addio!) di Sylvester Stallone. Lei, Brigitte, dominava la scena con i suoi boccoli biondi e con tutto il resto prorompente. Lui, Sylvester, sembrava capitato lì per caso e parlava più delle sue passioni di scrittore e pittore, delle sue origini pugliesi (nonno Silvestro era di Pulcheria Nicastri), del papà barbiere, e via discorrendo, ma non della saga di Rocky o di quel che gli frullava nella testa a proposito di Rambo già in gestazione.

Di Mengoni scriveremo un’altra volta. Nell’occasione della Maratona per antonomasia ci concentriamo su Lebow perché la sua storia andrebbe insegnata a scuola, oppure darne una serie su Netflix, andando un pochino al di là del documentario “Run for your life” che gli è stato dedicato.

Nato in Romania, s’è detto. Sfuggito all’Olocausto. Occhi tristi. Capelli e barba rossicci. Sopracciglia all’ingiù. Cappellino giallo da ciclista con la scritta John Hancock, che poteba essere chiunque: il coach del football americano? Il giocatore di rugby vincitore di due Caps? Non gliel’abbiamo mai chiesto e dunque mai lo sapremo (forse). Indagheremo. Indagheremo.

Well, direbbero i britannici. Lebow racconta di sé nel libro autobiografico “Inside the World of the Big-Time Marathoning”, che si legge tutto d’un fiato. Fatto è che Vincent Chiappetta inventa la corsa attorno al Central Park, che diventa la Maratona più partecipata al mondo. Il varo è datato prima domenica di settembre 1970. Partenti 127. Vince Gary Muhurcke in 2h31’38”. Chiappetta fa il direttore di corsa. Lebow… corre e si piazza 45° dei 55 arrivati al traguardo tra un centinaio di spettatori. La sola donna al “via!” non conclude la prova. E si va avanti sino al 1975 con numeri sempre in crescita. E alla sesta edizione, il percorso cambia e diventa quello “classico” grazie alla collaborazione fattiva e alle intuizioni di Ted Corbitt (che perlustra strade e opportunità in bicicletta), Paul Milvy, Kurt Steiner, Henry Murphy e Joe Kleinerman.

Il “classico” è di fatto il percorso che viviamo dalla metà degli Anni Settanta: comincia ai in Staten Island, ai piedi del ponte di Verrazzano, e tocca tutti i cinque dipartimenti della città di New York sino a concludersi al Central Park, in cima alla famosissima e cosmopolita Fofth Avenue. Ogni spicchio di asfalto trasuda sensazioni speciali, che gli italiani amano da sempre: dai tempi dell’attrazione fatale per gli immigrati, soprattutto del Sud, che arrivavano a New Amsterdam in bastimento. Ecco una delle chiavi di lettura dell’universalità della Maratona per eccellenza che un tempo vedeva gli ambiziosi partecipanti acquistare dai tour operator il biglietto aereo e il soggiorno in hotel con il pettorale in “omaggio” e ora praticamente c’è la pratica contraria: conquisti il tempo di partecipazione e il resto arriva di conseguenza. La crescita è stata esponenziale e l’attrazione per i nostri compatrioti pure. Tant’è che – giusto per rispolverare un ricordo abbastanza fresco – quando nel 2020 l’Evento venne cancellato per via del Covid-19, gli italiani che rimasero a …piedi furono tremila!

Alcuni numeri: ogni anno le richieste di partecipazione superano le 100.000 unità. Le iscrizioni finiscono per essere di volta in volta contingentate. Il record di finisher è datato 2018 quando al traguardo giunsero in 52.813 con 30.658 uomini e 22.155 donne su un numero straordinario di partenti (53.315). Nella sua storia le adesioni “attive” si calcolano in 800.000 e più.

Si potrebbe parlare di record, dell’apertura ai disabili, dell’inclusività dell’organizzazione, della sostenibilità dei mezzi di assistenza, dello straordinario sforzo della forza pubblica, dell’unica cancellazione per paura dell’uragano Sandy nel 2012 prima di quella citata del 2020 per i drammatici contraccolpi della pandemia.

Al sottoscritto piace ricordare, invece, quattro momenti particolari:

  • 1981: Alberto Salazar, nel bel mezzo di una straordinaria tripletta, chiude la prova con il record fissato in 2h.0813” e data il fuso orario sfavorevole (+ 6 ore rispetto all’Italia) l’eclettico Gian Paolo Ormezzano detta a braccio ai dimafonisti di Torino il proprio articolo in fretta e furia da un telefono del centro stampa allo Sheraton Hotel sulla Settima Strada senza accorgersi che quello è… proprio record (salvo poi correggersi);
  • 1985: Orlando Pizzolato centra il bis e passa dall’essere Pizzo-What? – come si interrogavano gli astanti davanti a quel nuovo fenomeno venuto dall’Italia – un ben più roboante titolo sulla Gazzetta “Pizzolato, New York-New York” ricalcando la celebre canzone di Barbra Streisand;
  • 1986: Gianni Poli arriva da Brescia sotto la guida del superesperto dottor Gabriele Rosa, che poi sdoga i keniani divenendo il santone degli atleti di quell’angolo di Africa e finisce – Poli – in un ristorante di Manhattan a farsi fotografare con Ted Kennedy, fratello di John Fitzgerald e di Robert della dinastia dei Presidenti innamoratisi di Jacqueline prima di farsi portar dal destino più tragico;
  • 1992: quando a 60 anni da poco compiuti e con un cancro diagnosticato due anni prima, Fred Lebow porta a termine proprio al Central Park l’ultima delle 89 maratone disputate in carriera e si avvia serenamente alla morte nel 1994: là c’è una statua che lo ricorda e che è stata scoperta nel corso di una cerimonia cosi partecipata (si parla di oltre tremila presenze) da essere paragonata a quella di John Lennon trucidato poco lontano.

Se ci capita di tornare a New York, alla prima occasione faremo visita al Fred italiano e subito dopo all”altro” Fred, che riposa al Mount Carmel Cemetery, nel Queens. Lo dobbiamo ad entrambi.

Ora archiviamo Halloween e pensiamo alla Maratona. E’ il momento di un’idea divenuta magìa.

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