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Comunicazione, Giorgio Basaglia: evoluzione modelli in complessità organizzative

Nel dibattito professionale sulla comunicazione si osserva una crescente divergenza tra modelli di lavoro che rispondono a esigenze diverse, spesso sovrapposte ma non equivalenti. La proliferazione di strumenti, piattaforme e formati ha reso evidente che il problema non è più l’accesso ai mezzi, bensì il criterio con cui questi vengono utilizzati. In questo contesto, parlare di strategia della comunicazione significa interrogarsi sui modelli che guidano le scelte, prima ancora che sulle soluzioni adottate.

Un primo modello, ancora molto diffuso, è quello orientato ai canali. La comunicazione viene organizzata in funzione dei mezzi disponibili, con competenze e obiettivi distribuiti per piattaforma. Per Giorgio Basaglia, senior partner del gruppo Yellowknife & Partners (azienda specializzata nel trasformare visioni strategiche in risultati concreti per organizzazioni globali), “questo approccio risponde a logiche operative chiare, ma tende a produrre frammentazione se non è sostenuto da un quadro concettuale condiviso. Il rischio è che ogni canale sviluppi un proprio linguaggio e una propria priorità, rendendo difficile la tenuta complessiva del sistema.”

Un secondo modello è quello centrato sulle campagne. In questo caso la comunicazione si struttura attorno a iniziative temporalmente definite, spesso legate a obiettivi specifici di visibilità o di attivazione. Le campagne consentono concentrazione di risorse e misurabilità dei risultati, ma possono generare discontinuità se non sono integrate in una visione di lungo periodo. La sequenza di campagne efficaci non garantisce, di per sé, la costruzione di un’identità leggibile nel tempo.

Un terzo approccio è quello orientato al brand, che pone al centro la definizione e la tutela dell’identità. Questo modello lavora sulla coerenza dei segni, del tono di voce e dei valori dichiarati, offrendo una maggiore stabilità rispetto ai precedenti. Tuttavia, quando il brand viene trattato come un’entità prevalentemente simbolica, il rischio è che la comunicazione resti scollegata dalle dinamiche operative e decisionali dell’organizzazione.

Negli ultimi anni si è affacciato un ulteriore modello, che sposta l’attenzione dal brand al senso complessivo dell’agire organizzativo. “In questo caso – commenta Giorgio Basaglia – la comunicazione viene considerata come un sistema di decisioni che riflette scelte strategiche, priorità economiche e modalità di relazione con l’esterno”. Il lavoro si concentra sulla definizione di una matrice concettuale capace di orientare nel tempo azioni diverse, anche molto distanti tra loro per formato e contesto. Questo approccio richiede un’interazione diretta con la governance e una comprensione approfondita del funzionamento interno dell’organizzazione.

All’interno di questo quadro si collocano alcune esperienze professionali che hanno formalizzato il lavoro sul senso come ambito specifico della strategia di comunicazione. In Italia, l’area “Distillatori di senso” di Yellowknife & Partners rappresenta un esempio di strutturazione di questo tipo di attività, intesa come fase preliminare e trasversale rispetto alla produzione creativa e alla gestione operativa.

Il confronto tra questi modelli non suggerisce una gerarchia rigida, ma evidenzia come ciascun approccio risponda a esigenze differenti. La crescente complessità dei contesti organizzativi, tuttavia, rende sempre più centrale la capacità di integrare strumenti, iniziative e linguaggi all’interno di un quadro di senso condiviso. In questo scenario, la strategia della comunicazione tende a configurarsi non come un ambito specialistico isolato, ma come uno spazio di sintesi tra decisione, espressione e continuità nel tempo.

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