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Baggio, Bagni, Gheddafi, Maradona, Trezeguet…e quella maglia numero 10 del primo Golden Foot

Un salto all’indietro nel tempo sino all’impareggiabile esperienza data 2003: una giornata a Monte Carlo fatta di bizzarrie e contatti diretti con personaggi senza tempo e senza… remore. Dalla spaghettata aglio, olio e peperoncino a metà pomeriggio, alla casacca del rigore sbagliato il 17 luglio 1994 che consegnò il Mondiale di calcio al Brasile battuta all’asta alla cena di gala.

AI Overview è esplicita. Basta digitare “Roberto Baggio and Golden Foot” ed ecco che cosa ci viene regalato:

“Roberto Baggio ha vinto la prima edizione del Golden Foot nel 2003, un premio istituito a Monte Carlo. L’evento si svolge ogni anno nel Principato di Monaco e premia i migliori calciatori che hanno lasciato un’impronta d’oro nella storia del calcio, e Baggio è stato il primo vincitore. 

  • Vincitore: 

Roberto Baggio è stato il vincitore della prima edizione del Golden Foot nel 2003. 

  • Sede: 

Il premio e la cerimonia di premiazione si svolgono a Monte Carlo, nel Principato di Monaco. 

  • Fondazione: 

Il premio è stato ideato e organizzato dal World Champions Club nel Principato di Monaco e si svolge sotto l’Alto Patronato del Principe Alberto II. 

  • Legame con il premio: 

Oltre ad aver vinto l’edizione inaugurale, Baggio ha lasciato la sua “impronta d’oro” a Monte Carlo. 

  • Partecipazione: 

Dal 2003, altri campioni come Nedved, Ronaldo e Del Piero sono stati premiati e hanno lasciato le loro impronte”. 

Esplicita, ma non esaustiva.

L’albo d’oro è da palati fini: 2003 Roberto Baggio (Brescia); 2004 Pavel Nedved (Juventus); 2005 Andrij Shevchenko (Milan); 2006 Luis Nazario de Lima “Ronaldo” (Real Madrid); 2007 Alessandro Del Piero (Juventus); 2008 Roberto Carlos (Fenerbahce); 2009 Ronaldo de Assis Moreira “Ronadinho” (Milan); 2010 Francesco Totti (Roma); 2011 Ryan Giggs (Manchester United); 2012 Zlatan Ibrahimovic (Paris Saint Germain); 2013 Didier Drogba (Galatasaray); 2014 Andrés Iniesta (Barcellona); Samuel Eto’o (Antalyaspor); 2016 Gianluigi Buffon (Juventus); 2017 Iker Casillas (Porto); 2018 Edison Cavani (Paris Saint Germain); 2019 Luka Modrìc (Real Madrid); 2020 Cristiano Ronaldo (Juventus);  2021 Mohamed Salah (Liverpool); 2022 Robert Lewandowski (Barcellona); 2023 non assegnato; 2024 Lautaro Martinez (Inter).

Il Divin Codino può cullare con legittimo orgoglio l’apertura di questa fila di nomi straordinari. Non c’è Lionel Messi, è vero: in attesa che l’argentino si infili anche in questo specialissimo Club, lasciamo che si goda il filotto (8 + 1 col Team!) di Palloni d’oro che ostenta in ogni occasione.  E che si goda anche la maglia azzurra numero 10 del Mondiale 1994, che Baggio gli ha consegnato a Los Angeles nel giugno del 2025 a margine del Mondiale per Club. Una identica, ma ben più originale in quanto firmata da tutti i giocatori italiani partecipanti a quell’avventura, è sottochiave da qualche parte in Italia. Venne acquistata all’asta proprio in occasione del Golden Foot del 2003.

Riavvolgiamo il film dei ricordi. Si era nell’autunno del 2003. Da vicedirettore vicario di Gazzetta dello Sport ci ritrovammo tra le mani un invito per assistere all’incoronazione di Baggio con il primo Golden Foot. Ne approfittammo per un successivo blitz in Cote d’Azur, a Port Frejus per la precisione, dove da una decina d’anni era stata eletta la residenza per le vacanze estive. 

Monte Carlo ragionava in grande. Al cospetto del Principe Alberto si erano presentati molti giocatori di rilievo mondiale. Su tutti – oltre all’incoronato Baggio, ovviamente – troneggiava Diego Armando Maradona, che già in preda a troppi vizietti si attorniava di figure chiacchierate. Tra esse anche quella di Saadi Gheddafi, terzogenito di Mu’ammar Gheddafi (sìììì, proprio lui: l’”imperatore” che si accampava con la tenda nei giardini capitolini quando raggiungeva Roma su invito di Silvio Berlusconi). Saadi era passato dall’ Al’Ittihad al Perugia per poi approdare all’Udinese e alla Sampdoria.

La combriccola era concentrata in un albergo del Principato: “cazzeggiava” a piacimento e si lasciava andare a richieste bizzarre – tipo spaghettata aglio, olio e peperoncino alle sei del pomeriggio – che venivano puntualmente esaudite perché “Maradona è … Maradona”. La scomparsa del Campionissimo argentino nel novembre del 2020 era già in onda! Tristezza infinita. Involontariamente anni prima di quella reunion a Monte Carlo eravamo stati malcapitati protagonisti di un litigio tra Gino Palumbo (direttore manager di Gazzetta) e Corrado Ferlaino (presidente del Napoli Calcio) perché su un taxi di Barcellona scoprimmo casualmente da un autista chiacchierone che Maradona era stato ingaggiato dai partenopei senza che Ferlaino lo confidasse all’amico Palumbo. I due andavano persino in barca insieme. Ma Corrado tenne la bocca ben chiusa nei confronti di Gino dell’operazione in gestazione e il Direttorissimo la scoprì a cose fatte attraverso noi. Apriti cielo…

Torniamo al Golden Foot. Di mezzo c’era Antonio Caliendo, classe 1944, poliedrico procuratore napoletano di campioni di calcio, fautore del passaggio di Baggio dalla Fiorentina alla Juventus e “assistente” pure di Antonioni, Trezeguet, Batistuta, Maicon, Caniggia, Eranio, Dirceu, Diaz, Carnevale… Alla cerimonia di incoronazione e alla cena di gala ci trovammo accanto a Beatrice Villalva, moglie di Trezeguet, ad esempio: innamoratissima del ciclismo e grande estimatrice di Miguel Indurain. In circolazione c’erano anche Loris Capirossi e consorte e Mario Cipollini con una non meglio identificata accompagnatrice, ma quelle sono altre storie.

Nel bel mezzo della cena venne battuta all’asta la maglia azzurra col numero 10 dei Mondiali d’America. Quella del rigore sbagliato da Baggio il 17 luglio 1994 nella finalissima contro il Brasile? …potrebbe essere. Quella era azzurra. E azzurra è quella sottochiave in un luogo segreto. Chissà che non sia proprio quella vera.  La casacca andò via per 10.000 euro destinati alla beneficenza. E per anni è stata appesa nel mio ufficio e servì a “giustificare” gli errori commessi da chiunque fosse alle mie dipendenze. “Se con quella addosso ha commesso uno sbaglio persino Divin Codino, certi errori sono giustificabili anche per noi umani o no?”, era la mia frase di rito.

Fatto è che Baggio quell’errore non l’ha mai digerito. Lo confessa anche nell’ultimo dei DocuFilm ad opera di Netflix.

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