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San Francesco e gli 800 anni del suo Cantico delle creature

Chissà se San Francesco cantava il suo Cantico delle creature. E non perché era un Cantico, termine che all’epoca si riferiva ad un componimento poetico di lode al Signore, ma perché il Santo di Assisi cantava spesso. Lo ricordano i frati del Santuario della Verna in Toscana – dove Francesco aveva ricevuto le stimmate nel 1224 – riportando nel loro ultimo notiziario un passo di Tommaso da Celano, francescano che visse all’epoca del Santo e che lo conobbe. Scriveva Tommaso da Celano che, con un rudimentale strumento ad arco di sua realizzazione, Francesco “accompagnava, cantandole in francese, le lodi del Signore Gesù”.

Forse è solo una affascinante suggestione, ma piace pensare che il poverello di Assisi esprimesse proprio con il canto la sua gioia, la sua gratitudine al Signore per aver dato vita alle creature del mondo che lo circondavano. Alla loro bellezza e alla loro poesia. Il Cantico, cantato o recitato, è anche questo, una esaltazione della vita in tutte le sue forme. Pure della morte, che della vita comunque fa parte.

Presunto ritratto di San Francesco, Cimabue, Basilica di Assisi

Una pietra miliare della storia della letteratura italiana

Il Cantico delle creature di San Francesco (conosciuto anche come Cantico di frate sole) non è solo un’opera di grande poesia e spiritualità ma anche una pietra miliare della storia della letteratura italiana, uno dei testi più antichi e fra i primi in volgare italiano. Il Santo lo compose ottocento anni fa, fra il 1224 e il 1226, anno della sua morte. In quell’ultimo periodo della sua vita, Francesco era stato colpito da una grave malattia agli occhi che non gli aveva però impedito di vedere, anche con gli occhi dello spirito, ciò che lo circondava. Sullo sfondo l’orto della chiesa di San Damiano, poco lontano da Assisi, dove probabilmente il Santo trovò ispirazione e compose il Cantico, allungando lo sguardo dal piccolo mondo umbro che aveva di fronte ad una visione più universale in cui la natura prendeva vita.

San Damiano (crediti: Laurajsi, CC BY-SA 3.0.)

Ecco così “frate sole … bellu e radiante”, la luna e le stelle “pretiose et belle”, frate vento ”per lo quale a le tue creature dài sustentamento”. E l’acqua “multo utile et humile”, il fuoco “ bello et iocundo et robustoso”, la terra “la quale ne sustenta et governa, et produce diversi fructi con coloriti flori et herba”. Senza dimenticare “quelli ke perdonano”, “quelli che ‘l sosterrano in pace”, e “sora nostra morte corporale, da la quale nullu homo vivente pò scappare”. Per tutto questo, ripete più volte, “Laudato si’, mi’ Signore”. In questa inno alla vita, San Francesco allarga la sua fraternità al mondo che lo circonda.

L’attualità del Cantico

E ne esprime un rispetto che, a ottocento anni dalla stesura, è ancora attuale: l’acqua e la terra, sorelle dell’uomo e indispensabili alla sua sopravvivenza, sono le principali protagoniste dell’emergenza ambientale degli ultimi anni. Cogliendo la commovente bellezza della natura e dei suoi elementi, Francesco ne sottolinea anche l’utilità. E il Cantico, a distanza di otto secoli, diventa quasi profetico nel suo “ridare dignità alla Creazione: agli uccelli, agli animali, finanche agli oggetti e alla morte”, come osserva Aldo Cazzullo nella sua recente biografia dedicata a colui che il giornalista definisce, mettendolo nel titolo, “Francesco. Il primo italiano”.

(foto in evidenza: la più antica stesura del Cantico che si conosca, custodita nella biblioteca del Sacro Convento di San Francesco;

crediti Stefan Diller  de:Datei:Sonnengesang01.jpgde:Datei:Sonnengesang02.jpgde:Datei:Sonnengesang03.jpg CC BY-SA 2.0 de)

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